Per il bicentenario della mappa dei monti solofrani del 1826, reperita all’archivio di stato, che è stato tra i documenti su cui si è basata, tra le altre fonti, l’attività della Squadra Sentieri si è deciso di fare un’escursione per raggiungere la località “Butto dell’orso”, uno dei rari punti nel versante solofrano dei picentini che insiste nel bacino tra il monte Garofano e il Pizzo San Michele, che non viene mai raggiunto da irradiazione solare per tutto l’arco dell’anno e che, a giudicare dal toponimo, richiama dalla memoria collettiva la presenza nelle nostre montagne dell’orso appenninico, presenza ragionevolmente mancata nei primi anni del 1700, a giudicare dai risultati di alcune ricerche. La particolare orografia del territorio, l’altimetria e l’orientamento del versante mantengono il sito in una condizione di ombra permanente. Parliamo infatti di un ambiente particolare, quale quello dei dirupi profondi ombrosi, che ha un microclima a sé ed è importante per la biodiversità che contiene e per la regolazione bioclimatica del settore montano del territorio. E’ molto probabile che la zona fosse raggiunta in passato da un sentiero che partisse da località Grotticelle. A causa del fatto che le economie montane che facevano sì che questi sentieri fossero una volta in condizioni di fruibilità, questa traccia risulta al momento persa o impraticabile. Si è deciso quindi di utilizzare per l’avvicinamento, un sentiero che, diramandosi da quello che raggiunge il pizzo San Michele, poco più in alto della località Pozzillo, risale ripidamente, con un’altimetria severa fino alle serre. Questo sentiero, che una volta era tra i principali tracciati del versante, è risultato pur tuttavia in diversi punti interrotto dalle ceppaie e dagli alberi dei ripidi versanti su cui insiste a causa del loro collasso durante le precipitazioni. Ciononostante non è stato difficile intuirlo e percorrerlo fin quasi alla quota di 1350 metri, poco più in basso dell’attacco del sentiero sommitale delle serre. In questo punto lo abbiamo lasciato per spostarci sulla sinistra, cominciando la parte extrasentiero per avvicinarsi alla depressione che faceva da accesso alla parte di destra dei dirupi del Butto dell’orso. Più specificatamente in quello che sulle mappe viene indicato come Fravolaro del Butto dell’orso. Dopo poco siamo riusciti ad accedere al fianco delle alte pareti rocciose che costeggiano da sinistra il promontorio che origina i dirupi. Qui l’atmosfera si faceva subito affascinante. Le alte pareti di roccia offrivano piccoli viottoli di avvicinamento. Sotto di esse alcune rientranze formavano dei ripari, usate dagli animali selvatici, nella fattispecie in modo evidente si rilevavano essere dei posatoi di cinghiali, sebbene escrementi di volpe dimostravano che era un punto frequentato da diverse specie. La vegetazione circostante era formata prevalentemente, a questa quota, da faggi, anche colonnari di discreta età. All’interno del dirupo invece, la temperatura e la natura a tratti rocciosa del terreno permettevano la presenza di esemplari di taxus baccata. Presenza che si è fatta via via più numerosa man mano che la nostra discesa nel dirupo aumentava. Gli esemplari di tasso rilevati su tutta la tratta, infatti, sono risultati essere in numero di molte decine, alcuni anche di considerevole età e insistenza, sebbene questa essenza, in tratti così scoscesi, cresca molto lentamente. La presenza del tasso rende a questi ambienti ombrosi e rocciosi un fascino insieme arcaico e magico e rappresenta un vero e proprio scrigno che viene da un passato quasi preservato intatto da questi dirupi, dove la presenza umana è praticamente pari a zero da diversi decenni. Nel continuare a discendere i fianchi del dirupo, solo piccolissime tracce praticate dagli animali ci hanno consentito di evitare alcuni orridi verticali che si aprivano repentinamente verso il basso. Dopo un certo tempo, infilandoci sui cigli e tra la vegetazione, siamo riusciti a giungere nel punto più basso del dirupo, subito sotto lo zoccolo roccioso del promontorio, verso il quale convergeva l’altro fianco orografico proveniente da sinistra; un fravolaro comunque di minore profondità e lunghezza rispetto a quello di destra, dove siamo comunque risaliti per visionare l’altra parete rocciosa, anch’essa affascinante. Abbiamo trovato altri posatoi e abbiamo potuto ammirare un’edera secolare avvilupparsi lungo il fianco della parete, nonché uno stupendo tasso che, vegetando in modo appena sufficiente verso il lato roccioso, si apriva invece a corona discendente coi propri rami verso il lato terroso esposto alla discesa.Tornati per consumare un boccone nel punto centrale sotto il butto, abbiamo potuto notare una balza poco raggiungibile che si apriva poco sopra le nostre teste all’interno delle rocce, per tre lati circondata da pareti, alla quale, con un minimo di attrezzatura, ci siamo riservati di accedere in un’escursione futura. Per discendere, onde evitare di risalire di quota in modo troppo esagerato, abbiamo deciso di affidarci al caso, scegliendo il lato sinistro del vallone sottostante. La scelta non è stata felicissima, dato che abbiamo dovuto affrontare le pendenze estreme alla nostra sinistra, continuamente ostacolati dagli alberi crollati e proiettati verso il basso sul terreno. Dopo qualche decina di minuti siamo riusciti a riallacciarci sulla traccia del sentiero usato per la salita,dove, la traccia da applicazione su smartphone, ha chiuso il segmento della tratta operata in modalità extra sentiero. Da lì la discesa è proseguita in modo più dolce. Una piccola pausa su un piano, tra un faggio e alcuni carpini ci ha ritemprato e siamo discesi fino a ricongiungerci col sentiero di Pizzo San Michele e da li’ all’auto, posteggiata lungo la strada comunale intramontana, alcune curve sopra località Chiamarano. L’escursione è servita a monitorare l’area vegetativa dei burroni, piacevolmente rinfrancati dalla presenza forte e in salute della comunità locale di “taxus baccata”, nonchè per visionare, qualora ce ne fosse bisogno, l’ingente quantità di legname riversa sui frontali montani che obera i boschi in maniera onnipervasiva e che costituirebbe la possibilità di produrre recupero per biomassa in quantità enorme. Si è comunque compreso che bisognerà ritrovare il sentiero che giunge al butto da località Grotticelle, per diminuire i tempi di percorrenza per raggiungere il “Butto dell’orso”. L’attività odierna è peraltro servita per monitorare il sentiero che congiunge con le serre, in quanto rappresenta un’opzione veloce di ridiscesa nel caso si venga sorpresi sulle serre stesse da condizioni meteo troppo avverse per la sicurezza delle cordate escursionistiche. A parte molte ceppaie che ostacolavano il passo, il sentiero in questione ha dimostrato di mantenere una buona tracciatura per quasi tutto il suo corso. Andranno migliorati i riferimenti di alcuni bivi e tratti tramite un minimo di segnaletica, onde evitare di sbagliare direzione.



























