Squadra Sentieri Solofra – Escursione e pernottamento alle neviere 16/17 agosto 2026

Nell’ambito dell’attività di monitoraggio e manutenzione del Sentiero Cai 160 è stato organizzata una spedizione da cinque volontari per approntare interventi di segnaletica integrativa e miglioramento della parte sommitale del percorso. Più nello specifico della tratta indicata come 160 b che raggiunge le neviere e poi l’Arco naturale. Le operazioni, come si sapeva, si sono rivelate di notevole impegno e sforzo, a causa della quantità di vettovagliamento, comprensivo di tende per l’accampamento, e dei materiali da lavoro da portare sul luogo. Il sentiero CAI 160, che parte da Solofra in località Crocefisso, attraversa il Parco delle Sorgenti delle Bocche per poi risalire tra valloni e castagneti e riprendere tratti di macchia fino a giungere nella stazione intermedia di località Grotticelle. Grazie al prezioso supporto del volontario Domenico De Maio, che ha messo a disposizione la sua jeep, ci siamo potuti avvalere dell’opzione del trasporto del materiale fino al limite dei castagneti più vicini alla suddetta località. Poco più in basso però, all’altezza di un tratto dove il sentiero lascia il castagneto Cirino, per procedere poi lungo un costone scosceso, abbiamo apposto il primo palo, comprensivo di cartelli segnaletici che indicavano il bivio tra la prosecuzione del 160 e l’inizio della bretella di congiunzione per il 117 Pizzo San Michele, con i relativi tempi di percorrenza. Successivamente, caricati gli zaini e l’attrezzatura pesante, abbiamo salutato il buon Domenico e ci siamo inoltrati nel primo tratto previsto a pieno carico fino a giungere alla località Grotticelle. Per quanto il tratto sia stato breve il carico di ognuno ha dato preventivo e sentito avviso per quella che sarebbe stata l’ascesa. Località Grotticelle, con i suoi grossi massi, ha rinfrancato per un attimo. Da lì, poco dopo, siamo ripartiti lungo il 160. Il sentiero in questione ha cominciato a provarci, facendoci assaggiare le sue estreme pendenze fin quasi da subito. Parliamo di un sentiero di difficoltà EE che già affrontato senza carichi, mette alla prova la volontà dell’escursionista. La forza di gravità, a pieno carico e con attrezzatura, può essere sconfitta solo dalla forza di volontà. E’ stato così che il gruppo si è allungato. In avanti procedevano i due che, con un carico minore, erano però deputati a portare l’attrezzatura da taglio che sarebbe servita più in alto per apporre il secondo palo della giornata e per gli altri interventi; leggermente più in basso avanzavano coloro che con altri arnesi da lavoro avevano con se quanto occorreva per allestire il campo. Lo sforzo della salita è stato ingente, anche considerando il poco allenamento del periodo della maggior parte dei componenti, le pendenze ostiche verso il cosiddetto “muro verde” delle montagne solofrane e il fatto stesso che nessuno da decenni si accampava all’altezza delle Neviere, essendo un sentiero battuto negli ultimi anni per escursioni di una sola giornata. Il gruppo si è riaccorpato intorno alla quota di 1100 metri s.l.m., laddove il 160 continua a destra verso il Tuppo dell’uovo e le serre e, invece, a sinistra percorre il 160 b per raggiungere le Neviere e l’Arco Naturale. Qui, recuperandolo dalla vegetazione sul posto, è stato apposto il secondo palo con i relativi cartelli di indicazione delle due diramazioni. E’stato finalmente il momento per ritemprarsi e consumare una prima parte di colazione a sacco, grazie al fatto che ormai la meta finale dell’ascesa non era lontana. Coi dovuti tempi, infatti, si è ripreso il cammino per un ultimo strappo finale, particolarmente intenso e disagevole che ci ha fatto così giungere alla piazzola detta dei Carbonai, vecchio luogo di sosta ricavato a creare un piccolo piano, dalle genti che, in tempi ormai lontani, avevano bisogno di una zona logistica per i lavori boschivi. Finalmente potevamo liberarci dai pesanti zaini e respirare la piacevole atmosfera della faggeta di quota, che, con la sua volta protettiva, era ormai l’habitat in cui avremmo trascorso il tempo di intervento e pernottamento. Senza quasi accorgersene si è cominciatio a liberare l’area, prima da un paio di alberi caduti su essa, poi da tutto il legname e il pietrame che vi insisteva. Le pietre, anche di discrete dimensioni, sono state usate per formare una struttura circolare a secco di alcuni livelli, a creare alloggiamento per il fuoco. Accanto ad essa veniva ad accatastarsi tutta la legna da bruciare. Nel frattempo, con zappa e pala, alcuni liberavano la piazzola dal fogliame e la spianavano. Osservando il declivio sopra di noi ci siamo accorti che tre faggi, in rapida successione e alla stessa altezza, potevano fungere come sostegno per una travatura parallela ad essi che avrebbe formato una barriera di protezione, nel caso qualche pietra si fosse precipitata dalla parete rocciosa sopra di noi. La premura, l’accortezza e l’intelligenza spaziale, in montagna, sono sempre fattori fondamentali da mettere in atto. Mediante tronchi di legna e rami grossi e lunghi, presenti nell’area circostante, in due hanno approntato una struttura serrata che, proprio al di sopra dell’area tende, avrebbe protetto il nostro sonno da imprevisti erosivi. Intanto,altri tre progettavano di abbattere alcuni alti alberi morti, in modo da poter creare un cordolo di delimitazione della piazzola nella parte affacciata al declivio. Con l’aiuto di tutti, questi sono stati movimentati per mezzo di braccia e corde, a formare due livelli sovrapposti, picchettati da paletti, atti a chiudere la piazzola e a fornire la possibilità di una seduta. La terra di risulta della spianatura è andata a consolidare il livellamento e la configurazione perimetrale dell’opera. In breve tempo la macchina umana, attiva, collaborativa e oleata, ha trasformato, con un pò di musica di sottofondo, una piccola piana oberata da materiale di risulta, in un bivacco pianeggiante, attrezzato e protetto, con un buon livello di calpestio e un tavolo rustico da appoggio, costituito da sezioni di tronchi impiantati nel terreno e tenuti insieme da una fascia metallica forata, fissata tramite viti medie per legno. La soddisfazione creativa era tangibile e ci ha ripagato dagli sforzi fatti. Dopo aver montato le tre tende ci siamo finalmente concessi una pausa più lunga, un altro panino e un meritato bicchiere di vino. La Squadra Sentieri Solofra, rappresentata in sito dal responsabile Alessandro De Stefano, nonchè responsabile del materiale fotografico e divulgativo, dall’instancabile Domenico Nicodemo, dal prezioso Donato Ingenito, uomo esperto di interventi forestali, da me: Michele De Stefano col mio modesto apporto e spirito critico e dall’architetto Luca Penna dal gusto estetico professionale, non poteva però riposare a lungo e, dopo il giusto tempo era pronta per l’intervento di miglioramento del sentiero, proprio sopra e sotto la piazzola che fino a questo momento era stato troppo pendente e poco agevole. Con la solita strenua abnegazione passionale altri alberi secchi cadevano e venivano tagliati in sezione, venivano appuntiti picchetti e pale, zappe e picconi ricavavano alloggiamenti per una serie di scalini che hanno trasformato la traccia in modo pratico e, laddove ce ne era bisogno, creato passerelle di alleggerimento. Finalmente, alle quattro e trenta di pomeriggio, la sessione lavorativa è stata dichiarata terminata e si è potuti cominciare ad abitare il bosco sul lavoro fatto. Scherzi, sorrisi, aneddoti e racconti di esperienze, alternati a momenti di ascolto musicale ci hanno gradevolmente accompagnati fino ad accendere il fuoco. L’atmosfera del bosco intanto cambiava, la luce si faceva più bassa e la fantasia dell’immaginare migliorie ci teneva piacevolmente compagnia. E lì è scattato il richiamo del tramonto. Abbiamo deciso di salire all’Arco naturale, da lì distante ormai una manciata di minuti, visionando qualche breve tratto più alto del sentiero da migliorare in futuro. Dopo gli scalini che si inerpicano tra le neviere e l’ormai consueto dedalo finale di piccoli canali tra l’erba alta e alberature basse, siamo giunti, sotto parete, a ritrovare alla vista il gigantesco arco calcareo, formatosi dall’erosione millenaria, stagliarsi come un immenso portale davanti a noi. Su un viottolo circolare lungo la parete vi si passa sotto, con la giusta circospezione, con rispetto, come ad accedere in un tempio naturale. Lo stupore per le proporzioni è quello solito. Il fascino è arcaico e immutabile e sembra sfidare il tempo e le illusioni. Poi una bella foto di gruppo sulla passerella finale, sospesa sugli abissi, con le serre verdi e pizzo San Michele con la sua chiesa a farci da sfondo. Nell’andare via un ultimo sguardo all’arco, cornice naturale del paese lontano a valle e dei monti bassi verso S. Marco. Tornati alle neviere i raggi del tramonto dipingevano fendenti arancio, tra i rami, sulle bianche pareti di calcare sopra la volta dei boschi. Il fuoco era al campo ad attenderci, mentre il cielo cominciava ad imbrunire e a oriente il crepuscolo lasciava vivace il segno del giorno che trascorreva. Una brace ricca e abbondante attendeva solo che, come occasionali Efesti, la tirassi fuori per darle le carni per la cena, mentre un faretto da campo e luci frontali illuminavano le sagome e i nostri movimenti. Il chiacchierare e il sorridere, il giusto gusto del vino, le note di Eddi Vedder dalla colonna sonora di Into the wild ci hanno per qualche ora distaccati dalle vicende turbate delle valli, come solo la montagna sa fare, per provare a rimettere a registro le giuste distanze. Qualcosa dagli smsrtphone premeva per disturbare, ma il fuoco e il venticello flebile che veniva dai dirupi reclamavano subito l’anima e la sua pace. Uno ad uno, coi propri tempi ognuno si è lasciato andare al giusto riposo mentre i pochi uccelli notturni cominciavano a farsi sentire da rami più o meno lontani. Un filo di colazione e un paio di piccole moke sbuffanti ci hanno dato il tempo di accogliere il giorno prima di levare le tende e rifare lo zaino. La discesa in pendenza è ardua, ma, a meno di leggeri imprevisti, abbastanza veloce. Più a valle un paio di interventi col motosega, preventivati per la discesa dal giorno prima, sono stati operati per liberare il sentiero da un paio di ceppaie collassate lo scorso inverno. Poi discesa finale fino al parco delle Sorgenti dove il sole illuminava le erbe e anneriva le more, e il ruscello scorreva fresco salutato dalle farfalle.

Autore

  • Michele De Stefano già socio e poi vicepresidente del circolo Legambiente Solofra dal 2005 al 2011 e successivamente socio ASBECUSO.
    Appassionato di disegno e fotografia.
    Ha pubblicato nel 2016 un romanzo dal titolo "L'ultima notte stellata" e nel 2017 un diario di viaggio dal titolo "Novembre in valle" entrambi con Giuliano Landolfi editore.
    Dal 2017 al 2021 ha vissuto prevalentemente in una comunità neoprimitiva in Sardegna presso Capotesta. Negli anni successivi pur spostandosi molto per lavoro ha visitato comunità intenzionali ed ecovillaggi nel sud Italia.
    E' operatore olistico riconosciuto e libero ricercatore sui temi dell'energia e della coscienza. Attualmente collabora con la Squadra Sentieri Solofra come volontario e come contributor per ciò che riguarda materiale testuale e di ricerca territoriale.

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